sabato, 04 ottobre 2008

il ferragosto di Clara

Dopo colazione; la strada era assolata e deserta, iniziava il  nostro viaggio.

Ugo, Nunzio, Adolfo, Mario, Laura e, poi, Gennaro, mio padre,  e poi lo spazio di fronte al fiume Calore; antistante il cancello di ferro, già chiuso.

Era Ferragosto, il giorno di Clara.

Occasione e impegno a  superare ogni ostile architettura organizzandole l’uscita.

I trecentosettantaquattro giorni a venire  li avrebbe trascorsi  sognando, di notte, di  correre ancora.

La sceneggiatura, attraversando la città deserta, era la stessa, in “cartellone” da anni, consumata negli angoli remoti della memoria:  gli anziani sanno della  inutilità delle parole, cronicizzano i fatti come le malattie, custodendo le croci nel cuore.

lì c’era la gioielleria del nonno”; in quel palazzo abitava la nonna (sua madre), “era bellissima”, diceva immancabilmente, non smentita dalle prove fotografiche,  e,  all’angolo del  Museo Nazionale,  “lì sono nata, in quel palazzo”. A via S. Teresa, al numero 118, “ero la preferita di nonna Chiarina, e Tina Pica,  dal suo giardino, faceva tirare su il basilico e,  per  me, le caramelle”.

Con un guardare minuzioso, attento alle novità della città;  sempre in filo diretto alla scansione della sua vita: la fermata del vecchio tram dove si dava appuntamento con Ugo

Rimaneva tranquilla circondata dei cipressi a fianco della cappella, il dialogo  intatto;  lei era rimasta, inviata speciale, a vigilare, con  forza, determinazione, furore.

La si lasciava sola al suo discorrere.  Noi raggiungevamo zio Mario con Sandra, nel cimitero degli uomini illustri, tra le tombe di Anepeta, Bovio, E.A.Mario,  oltraggiate dell’incuria e dall’amnesia degli uomini.

L’Arco di Traiano  annunciava la meta.

Scendevo dall’auto compiendo il consueto rituale:  appuntavo al cancello di ferro l’ultima rosa  della giornata. Leggevo degli ultimi ospiti arrivati al viaggio finale;

Ritrovavo il randagio fulvo come in un appuntamento già fissato.  Era quieto e distante, si avvicinava solo se chiamato, quasi  avesse assorbito la ineluttabilità e il mistero del luogo.

Nello scorrere lento e ritmato del paesaggio si stemperava  il  sottile turbamento che conoscevo, ogni anno uguale. Il silenzio tra i rovi, vibrante del  cicaleggio estivo, richiamava  odori selvatici e salmastri di latte e di mandorle amare e di  frescura dell’acqua e del  tempo giocato col cuore  caldo,  ancora ostinatamente caldo,   e del vento pietoso  sui desideri della pelle ambrata.

Attendevo, quieta,  il cessare della perfidia della mia mente come si attende, di un nemico sfinito, la resa.

Alla  Basilica della  Maria delle Grazie -all’interno, la  simbologia della madre che nutre, Dea Iside che allatta Horus ripetuta nella scultura della Vergine- Clara,  chiedeva   avete visto la madonna?” cercando di catturare  una supplica accolta.

Si percorreva il ritorno tra le processioni in onore dell’Assunta e la ricerca di un ristorante agevole; Clara, sistemata ed emozionata con il suo immancabile  offro io”.  secondo copione.

L’ora diventava tarda. Si rientrava. La casa, ostinato sacrario, intatto,  di anni; tra ricordi, appunti, foto,  madonne e rosari.

Trascorreva il tempo informata su tutto; tra telefonate da alunni che, ormai uomini, pure ricordavano la maestra o tra  bacchettate a qualche pigro impiegato,  inducendolo, con consumata tecnica,  in qualche modo segreto, a tornare bambino di fronte all’autorità riconosciuta.

Era rimasta l’insegnante di sempre, curiosa e interessata a risolvere il “quesito”, se le ponevo un   problema linguistico e  pronta a chiamarmi “ insolente”,  interrompendo bruscamente la comunicazione, quando, con  libertà rispettosa, mai compiacente,  le opponevo qualcosa di sgradito. Ma richiamava, dopo pochi  minuti, per dire “chi è senza peccati scagli la prima pietra” o, sapendomi stanca, rincuorandomi “il lavoro è preghiera”.

Le avevo chiesto di registrare un’intervista sulla sua vita. La sognava, si preparava, mi chiedeva spesso quando ne avrei avuto il tempo e, forse,  ne ritesseva, nel silenzio senza tempo, la trama.

La trama di una “maestrina” di passione, di coraggio e di frontiera prima in un’Italia piegata e piagata dalla povertà e dal dopoguerra -a piedi su per calata Capodichino, verso le classi tracomatose-  e poi   con l’introduzione nella scuola del “giornalino” costruito dagli alunni, per la sua  vigile attenzione ad ogni espressività.  

Ciao, Clara. Oggi ho lavorato.

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giovedì, 11 settembre 2008

carmi il 10 settembre 2008

Nell'offesa l’appiattimento neutrale è immorale come la complicità.

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domenica, 07 settembre 2008

la crociera di Maria Francesca

Il rumore assordante e continuo del campanello di casa non annunciava nulla di buono: qualcuno, eliminata la buona creanza, chiedeva immediata udienza.
La porta finalmente aperta, Maria Francesca fa il suo ingresso; attraversa, di corsa, ingresso, salotto, si dirige decisa verso la camera da letto e, finalmente, sviene.
Sviene, ma con un occhio socchiuso sbircia il quadro scenico ottenuto, inviando un quasi sorriso alla bimba che la guarda, attonita.
Grande trambusto. Sollevata, viene adagiata sul letto.
Le vesti leggere, a strati, quasi un intero guardaroba che poco prima ondeggiavano come i foulards del prestidigitatore, ora sembrano le ali di una libellula schiantata al suolo.
Garza, cotonina e candida biancheria di lino.
Emetteva un lieve sospiro accompagnato da piccoli lamenti che, più che di dolore, sembravano di un cauto piacere, custodito e segreto.
Rimane immobile, pure rinvenuta e cosciente.
Maria Francesca viveva in una piccola casa bassa; in un povero rustico, tra povere terre. Senza figli e con un marito tutto “rutti e patta”, come lo definiva, con tono sprezzante, ringraziando la sorte di non aver creato multipli di tale prototipo.
Alta, zigomi pronunciati e occhi sottili del colore di melassa, quando li osservavi tra le rughe che li solcavano come una ragnatela per schermarli dal sole, quando gli ampi cappelli non bastavano.
I capelli, rosso fuoco, erano ormai sbiaditi, per le fatiche. il correre continuo tra i doveri della terra e lo spirito inquieto e, al tempo stesso, rassegnato.
Maria Francesca ti guardava severa solo se la chiamavi semplicemente Francesca; allora, stizzita come una principessa a cui ometti “sua altezza”.
Gironzolava, quando il “guardiano non osservava le pecore”, tra una famiglia e un’altra; a volte portando piccoli oggetti da vendere o rovistando, discreta, tra le cose che si abbandonavano.
Trascorse venti giorni a sonnecchiare beata; nessuno in casa si accorgeva che, all’alba, andava a rinfrescarsi, ritornando, silenziosa, tra le lenzuola.
Chiese due cose. Avvisare “rutti e patta” -non venne mai a chiedere di lei- che era “gravemente ammalata” e tenuta sotto controllo medico e di portala al mare, l’ultimo giorno.
Maria Francesca volle entrare in acqua completamente vestita e, quando sicura e lontana da occhi indiscreti, cominciò a spogliarsi dei suoi vestiti a strati; rimase nuda, a lungo, beatamente.
Sulla riva, insieme alla risacca, l’attesero le donne, con un panno dispiegato a proteggerne l’intimità.
Andò via, risanata e felice, di ritorno dalla sua breve, personale crociera.

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domenica, 31 agosto 2008

spesa proletaria

Compariva sorpreso, sorridente, sempre,  al rumore sull’acciottolato o allo scampanellio, urgente, come la gioventù.

Un bacio e poi, come un gatto che ti ronfa intorno e subito si sazia, scompariva tra i suoi misteri fatti dei  rugosi frutti dell’”orto biologico”che curava amorosamente, tenacemente senza chimica. Con i suoi silenzi, nei quali oggi mi specchio, intensi come il sapore e il tempo della terra e i viaggi del  mare,  che aveva oramai  lasciato.

Si preannunciò la morte,  senza apparente motivo: ”ora tocca a me”. Fu così e non ebbe più il modo di accantonare per me,   non visto, furtivo, le borse piene delle  sue parole.

Lui  di nuovo silenzioso e compreso  nei suoi pensieri,  lasciavo con i passi sull’acciottolato il mio abbraccio. Anch’esso muto.

Andavo via, serena, con la “spesa proletaria”. Sapevo che  mio padre attendeva di prepararla di nuovo, al prossimo scampanellio.

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martedì, 26 agosto 2008

carmi il 25 agosto 2008

“nessuno manchi di pane e dignità” ma molto spesso si danno i soldi ad un parente povero intimandogli di non farsi più vedere.

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domenica, 24 agosto 2008

carmi il 24 agosto 2008

La politica è il luogo oscuro delle nostre paure, la libertà imprigionata in una idea.

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carmi il 24 agosto 2008

Della “verità” si serve a volte il giudice non per giustizia ma per “necessità” sociali.

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mercoledì, 20 agosto 2008

fiori di carta

Ho modellato fiori di carta, ornato  il desco.

Fiori, ad intenerire, indugiare sull’amore possibile dei gesti, degli sguardi, sul miracolo delle particelle dell’infinito, finito, nella stanza silenziosa.

I fiori sono senza sangue, senza vene, senza viscere, senza passato, senza futuro.

La stanza risuona di parole  che rimbalzano , si schiantano, alle pareti, mute.

I fiori mancano di latte materno, latte e miele o latte e fiele, poco importa; mancano del cordone, mai reciso.

I fiori di carta, omaggio al nulla, crepitano grigi di polvere.

Mani lontane accarezzano, lente, ondulate, danzanti; come a trattenere e inseguire  la marea; ormai stemperato ogni rimpianto.

Domani,di nuovo,  fiori di carta; al mio desco..

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lunedì, 18 agosto 2008

carmi il 18 agosto 2008

Per i vecchi la vita è un disastro quando si vive il presente nell’attesa del futuro senza sapere o volere  raccontare il passato.

20:57 Scritto da: lalama | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

mercoledì, 13 agosto 2008

Agnese

Immacolate tovaglie di lino erano  preparate ai piedi delle “gelse”; lì,  dove, da un vecchio albero,  era stata ricavata una sorta di seduta ombrosa,  profumata dal mosto della vicina cantina.

La cerimonia di mantenimento dei lembi era lasciata alla direzione  di zia Agnese; lei, addetta allo scuotimento dell’albero,  quasi ad intimargli che era tempo di rilasciare i piccoli e rosati frutti dolci, rugosi e delicati di cui si  facevano scorpacciate, per quel giorno e per quelli a venire.

Agnese aveva sempre un sorriso stampato sul volto liquido dagli occhi lacrimosi e cerulei.

Sedeva sempre alla destra del padre, nella grande sala che ospitava, la domenica e le feste comandate, la grande tribù di figli, nipoti e, spesso, ospiti richiamati da occasioni speciali.

Era  rimasta, oramai adulta,  la piccola di casa; l’ultima figlia controllata a vista e  insieme  rispettata:   la meningite  aveva inesorabilmente alterato tratti e  pensieri.

Quando non la si vedeva  in giro si era avventurata oltre i vitigni di palombina, oltre i campi e le ginestre,  fino ai piedi del  convento dei Camaldolesi che si intravedeva, lontano, già dalla masseria.

Imbracciato il fucile aveva  inseguito la sua passione, l’unica, quella per la caccia.

Claudicante, pure dal corpo possente, là, tra i boschi, diventava leggera, silenziosa e scaltra; concentrata a colpire il bersaglio.

Rientrava selvaggia e,  sempre, per trofeo un peloso animale, legato  alla cintola,  che ciondolava con la testa reclinata e il corpo ancora caldo.

Rinchiusa silenziosa nelle cucine, metteva  mano all’operazione che le piaceva di più: tagliare di netto i testicoli per prepararsi un suo  misterioso piatto,  lasciando il povero eunuco alle cure culinarie di altre mani.

11:03 Scritto da: lalama | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook